Telefonetto dichiara che è l’una e cinquanta. Se respiro profondo fino a rilassare tutti i muscoli che non ho e perdo i sensi entro i prossimi dieci minuti faccio in tempo a dormire sei ore.
Invece mi perdo nelle carte stellate argento e blu dei cioccolatini consumati a letto per noia. Le stiro bene con sfregare di polpastrelli, pensando che se la notte fosse luminosa come questa foglia di alluminio dormirei più facilmente.

Oggi l’uomo mio per festeggiare San Valentino mi ha spiegato un po’ le onde gravitazionali, diceva che è come se fossimo in uno stagno, ma se siamo in uno stagno allora dovremmo supporre che per esempio fuori dallo stagno ci sia anche un parco, ed è questo, ha concluso, uno di quei momenti in cui capisci che sei uno stronzo.

“Se mi fossi ammalato nella Parigi prerivoluzionaria sarei stato trattato come l’indemoniato di Gerasa e mi avrebbero spedito in un lazzaretto tra lebbrosi e appestati.
Se mi fossi ammalato prima di Cristo mi avrebbero lasciato di peso su un lato della strada perché nessuno aveva ancora inventato la compassione.
Se fossi stato Adamo, Dio avrebbe deciso che l’uomo non era una macchina poi così perfetta. Avrebbe abdicato alla corsa ai meriti, lasciando che da subito potessimo parlare di caso, disordine, entropia.
Se mi fossi ammalato prima di Dio sarei morto senza spiegazioni.
Quando da sotto ho sentito una frenata brusca e il rumore di uno scontro tra due macchine, non ricordavo più se avevo preso o meno la pastiglia. Ho rimesso il Sinemet al suo posto e sono andato al lavoro.”

{ Un giorno per disfare, Raffaele Riba, 66thand2nd Editore, 2014 }

disfare

L’altro giorno, cioè prima, ero al telefono con l’uomo mio e gli ho detto tutto bene, nel pomeriggio ho dormito un paio d’ore causa mal di testa causa che non mi ricordavo che il Carnevale non lo reggo più e con due gin tonik poi sono postumi di ore ventiquattro, quindi tutto bene a parte che ho fatto un mezzo incubo, avrai molta voglia di conoscerne il plot, immagino. In pratica di mezzi incubi ambientati in questo appartamento di domicilio con bella vista in zona centrale ma tranquilla ne faccio pochi, ma quando ne faccio hanno un elemento ricorrente che immagino avrai molta voglia di sapere qual è. Succede che mi sveglio cerco di accendere l’abat-jour e non si accende, mi alzo per accendere la luce grande e non si accende, provo quella del corridoio e non si accende neanche quella. L’uomo mio allora ha detto in pratica è l’incubo di quando non paghi la bolletta della luce.

In questo giorno uggioso di merla e di piazze ingombre di nulla me molto innamoratissima di salmone:
“Il popolo ha fame, dico a mio salmone mentre stira la sua mascherina nera da supereroe. Il popolo si lamenta che non abbiamo mai storie, si lamenta che manca il filo narrativo e che si stava meglio quando si stava peggio. Il popolo vuole ridere, vuole vederti scivolare sulla buccia di banana e non vuole sentire drammi esistenziali di te che sei depresso e piangi nella tua cassettina di fragole e bevi cocktail al tamarindo prima di dormire. Il popolo vuole intrecci e colpi di scena, non vuole sapere di Medusa, a meno che Medusa non sia sposata con un marito che la picchia e che tra lei e te non ci sia una storia torbida segnata da una tremenda differenza d’età di ottantacinque anni e un rapimento e una morte consumata al centro del central park, in autunno, in mezzo al calpestìo delle oche. Capito? Hai capito salmone? Gli dico scuotendolo per le spalle. Dove sono le pistole, i cowboy? Dov’è il sesso? E soprattutto dov’è quel reticolo metaletterario di citazioni omeriche che fa sempre piacere ai maniaci delle soap opera che vergognandosi di esserlo nascondono le loro inclinazioni con una laurea umanistica e quando leggono salmone pensano di leggere qualcosa di altro da salmone? Noi dobbiamo farglielo credere, che ci sia dell’altro.”
{Emmanuela Carbé, “Mio salmone domestico – manuale per la costruzione di un mondo, completo di tavole per esercitazioni a casa”, Laterza 2013}

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Oggi sul Messaggero Veneto Alberto Garlini dice cose su Pordenone, Pordenonelegge e Pordenonescrive, scuola di scrittura creativa che riparte oggi con la sua settima edizione e che ho avuto la fortuna di frequentare pendolando da Venezia in un confuso febbraio 2012. Dice anche cose su #laquestione [“istantanea mossa a causa delle risate tragicomiche”] la quale questione se ha visto la luce è stato anche grazie al pazzesco lavoro che da anni si fa, con la cultura, in e per questa città [che se non si fosse capito lo ripeto è Pordenone]. E grazie.

messaggero veneto