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“Ancora non capisco perché mi sono lasciato convincere dagli editori a imbarcarmi in questa impresa. Provate a entrare in una libreria e a dare un’occhiata alle montagne di libri che si oubblicano oggidì, con la speranza di venderli. Perlopiù sono opera di professionisti che hanno qualcosa da dire. Eppure, tempo un anno, la maggior parte di questi libri saranno sul banco a metà prezzo. Se poi per miracolo il mio diventasse un bestseller, tre quarti dei soldi li intascherebbero l’ufficio delle tasse. Ma è un’eventualità improbabile. Chi volete che compri i pensieri & opinioni di Groucho Marx? Io non ho idee che valgano un fico, e niente di quello che so può servire a chicchessia.
I libri che vanno forte sono quelli di cucina, i tomi di teologia, i breviari del “fai da te”, e le rimasticature della Guerra Civile (il loro motto è “Non ti scordar di lei”). Titoli tipo Come essere felici benché jellati, Il piatto che conquista e Perché il generale Lee perse lo scudetto a Gettysburg vendono milioni di copie. Come posso competere?”
“Per quanto ricordo, la maggior parte degli eventi da me riferiti sono veri, ma di fatto non è che adesso mi conoscete meglio di quando avete cominciato a leggere questa inconsulta avventura. Non dico che ciò sia un male; se mai c’è da congratularsi con voi. Quello che voglio dire è che voi non avete la più pallida idea di cosa succede dentro di me.”
{“Groucho e io” _ Groucho Marx _ Adelphi Edizioni _ prima ed. 1997, seconda ed. 2003}

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“Se mi fossi ammalato nella Parigi prerivoluzionaria sarei stato trattato come l’indemoniato di Gerasa e mi avrebbero spedito in un lazzaretto tra lebbrosi e appestati.
Se mi fossi ammalato prima di Cristo mi avrebbero lasciato di peso su un lato della strada perché nessuno aveva ancora inventato la compassione.
Se fossi stato Adamo, Dio avrebbe deciso che l’uomo non era una macchina poi così perfetta. Avrebbe abdicato alla corsa ai meriti, lasciando che da subito potessimo parlare di caso, disordine, entropia.
Se mi fossi ammalato prima di Dio sarei morto senza spiegazioni.
Quando da sotto ho sentito una frenata brusca e il rumore di uno scontro tra due macchine, non ricordavo più se avevo preso o meno la pastiglia. Ho rimesso il Sinemet al suo posto e sono andato al lavoro.”

{ Un giorno per disfare, Raffaele Riba, 66thand2nd Editore, 2014 }

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In questo giorno uggioso di merla e di piazze ingombre di nulla me molto innamoratissima di salmone:
“Il popolo ha fame, dico a mio salmone mentre stira la sua mascherina nera da supereroe. Il popolo si lamenta che non abbiamo mai storie, si lamenta che manca il filo narrativo e che si stava meglio quando si stava peggio. Il popolo vuole ridere, vuole vederti scivolare sulla buccia di banana e non vuole sentire drammi esistenziali di te che sei depresso e piangi nella tua cassettina di fragole e bevi cocktail al tamarindo prima di dormire. Il popolo vuole intrecci e colpi di scena, non vuole sapere di Medusa, a meno che Medusa non sia sposata con un marito che la picchia e che tra lei e te non ci sia una storia torbida segnata da una tremenda differenza d’età di ottantacinque anni e un rapimento e una morte consumata al centro del central park, in autunno, in mezzo al calpestìo delle oche. Capito? Hai capito salmone? Gli dico scuotendolo per le spalle. Dove sono le pistole, i cowboy? Dov’è il sesso? E soprattutto dov’è quel reticolo metaletterario di citazioni omeriche che fa sempre piacere ai maniaci delle soap opera che vergognandosi di esserlo nascondono le loro inclinazioni con una laurea umanistica e quando leggono salmone pensano di leggere qualcosa di altro da salmone? Noi dobbiamo farglielo credere, che ci sia dell’altro.”
{Emmanuela Carbé, “Mio salmone domestico – manuale per la costruzione di un mondo, completo di tavole per esercitazioni a casa”, Laterza 2013}

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Oggi sul Messaggero Veneto Alberto Garlini dice cose su Pordenone, Pordenonelegge e Pordenonescrive, scuola di scrittura creativa che riparte oggi con la sua settima edizione e che ho avuto la fortuna di frequentare pendolando da Venezia in un confuso febbraio 2012. Dice anche cose su #laquestione [“istantanea mossa a causa delle risate tragicomiche”] la quale questione se ha visto la luce è stato anche grazie al pazzesco lavoro che da anni si fa, con la cultura, in e per questa città [che se non si fosse capito lo ripeto è Pordenone]. E grazie.

messaggero veneto

C’è questa intervista di Giovanna Amato a Paolo Colagrande, su Poetarum Silva, a riguardo del romanzo Senti le rane, che io non saprei come dire, leggetela, per piacere, e leggete anche Senti le rane già che ci siamo, che è un piacere bellissimo.

“Il comico, per definizione, è impastato di tragedia: in Senti le rane, come nel mondo, ogni personaggio produce comicità vivendo il proprio dramma.”

“Amo le rane: cugine brutte e stonate delle sirene. Ma a differenza delle sirene, che sono cattive e sanguinarie, le rane sono buone, non conoscono l’offesa, il loro canto è senza tono e senza utopie, terreno e dimesso, un po’ incline alla petulanza, come la vanvera degli uomini, ma più discreto.”

[ estratti da Poetarum Silva. Intervista completa QUI ]

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“Ecco, ciascuno di noi a un bel momento si ritrova in mano una spada insanguinata: non sa perché e da quanto tempo e dove l’ha presa o se gliel’ha data qualcuno e soprattutto perché è insanguinata e di quale sangue, ma insomma ce l’ha stretta in mano. E mentre la guarda e la riguarda e la gira e la rigira con comprensibile sbalordimento facendo anche degli sforzi di memoria, si volta indietro e trova la strada piena di sangue, con morti e feriti sparsi, gli ultimi magari infilzati un minuto fa. Capita di solito sulla via del ritorno, di accorgersi dei morti, perché è sulla via del ritorno che l’uomo è più lucido, riflessivo ed equanime e il ritorno ha un valore per così dire consuntivo e catartico. Un po’ come quando finisci un lavoro, non so se sei pratico di lavori finiti se non sei pratico fa lo stesso, poi sei più sereno e neutrale e anche autocritico, ti accorgi di cose che mentre lavoravi ce le avevi davanti agli occhi ma non le vedevi, le vedi solo adesso cioè alla fine. Tu sei su una strada di ritorno e il passo è più lento e misurato, non c’è la fretta che avevi all’andata e hai addosso anche quella stanchezza malinconica che ti fa vedere il mondo senza gli occhiali bugiardi dell’abitudine. E mentre tiri un sospiro consuntivo che comincia dal peso delle gambe e arriva fino alla testa per rinfrescarti di un cielo immenso tiepido fragrante di tarda primavera (i ritorni si fanno sempre in mezze stagioni clementi, non chiedetemi perché) proprio a metà del sospiro diciamo all’altezza delle braccia, quando ricapitoli le energie e distingui il confine universale tra benessere e malessere che è un cascame terreno del confine universale tra il bene e il male, ti accorgi di un incomodo che hai l’impressione di portare addosso chissà da quanto tempo, e allora ti guardi istintivamente la mano destra, se sei destrimano, e lì trovi la famosa spada insanguinata; poi ancora istintivamente ti giri indietro e vedi il sangue, e sopra il sangue tutte le vittime.”

[Senti le rane _ Paolo Colagrande _ edizioni nottetempo _ 2015]

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“Poi le pulizie. -“Alja, porta fuori la bacinella!” Ma prima di proseguire due parole sulla bacinella: è la protagonista della nostra vita. Nella bacinella sta il samovar, perché quando bolle con le patate l’acqua trabocca dappertutto. Nella bacinella vengono versate tutte le risciacquature – l’acqua e le condutture del bagno sono gelate – di notte la bacinella viene da me rovesciata dalla finestra. Senza bacinella – non si vive.”

[Marina Cvetaeva _ Taccuini 1919 – 1921 (traduzione e cura di Pina Napolitano) _ Voland 2014]

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“Ho conosciuto uomini e donne che si sono sposati ad un convegno dedicato ad un autore; altri hanno semplicemente e frettolosamente fornicato; qualcuno ha commesso omicidio, e molti, nutriti in modo sconveniente, hanno incontrato prematura morte. Altri sono stati derubati, uccisi, rapiti, torturati, complimentati, applauditi, mormorati, deplorati. Tuttavia, a mio avviso, tutto ciò non prova con sicurezza che l’autore esista. Direi anzi che l’abbondanza di segni di riconoscimento sia sospetta: come quando si fanno stare a casa i bambini da scuola in onore della Patria o della Vittoria, che ovviamente non esistono. E’ incredibile la quantità di cose che riesce a fare gente che non è mai nata: Romolo fondò Roma, Noè fece l’Arca, Robinson sopravvisse vent’anni in un’isola deserta, con lo scomodo aggiuntivo di muoversi tra pagine e parole di un grosso libro, due volumi. Quale stupendo espediente dell’anima è, ad esempio, l’autobiografia immaginaria, o l’autobiografia anonima; e nella autobiografia tradizionale, chi è il personaggio e chi l’autore? Basta questo esempio per dimostrare come in nessun modo si possa catturare codesto autore. Esso non è che un indizio, una macchia di sangue, un giornale strappato, un urlo nella notte che nessuno ha sentito, eccetto un signore anziano che l’ha scambiato con il fischio di un treno.”

[Giorgio Manganelli _ Antologia privata (pag 61 Pinocchio: un libro parallelo) _ Quodlibet 2015]

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