il piangere notturno a coppino nudo

Ieri notte entra la coinquilina talent scout mi guarda e dice, Proud Mary, non è che adesso puoi tagliarti i capelli ogni volta che c’è qualcosa che non va. La prossima volta ti rapi? Quella dopo ti tatui il cranio?

L’altro giorno ho tagliato i capelli in un modo che da bambina lo odiavo e mi costringeva la genitrice e adesso l’ho fatto di mia sponte. Andrebbe anche bene, non fosse che è giorni che giro per casa con un cappuccio di pile perché ho freddo al coppino. Ho scoperto che nel freddo al coppino ci trovo qualcosa di umiliante.

Sarà che stavo leggendo una cosa di Paolo Nori che si chiama “Si chiama Francesca, questo romanzo”, e dentro diceva così,

“Con una fiacca una stanchezza come se avevano addosso una svogliatezza che alle mie voci non gliela riconoscevo Scrivi, scrivi, scrivi, scrivi, scrivi, dicevano.

Che io allora prendevo in mano il mio quadernetto, mi veniva in mente solo una frase di un poeta russo Ho imparato la scienza degli addii, nel piangere notturno a testa nuda, (…)”

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