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Archivio mensile:maggio 2013

I turisti fino a qua non arrivano, stremati si fermano al ponte di San Zaccaria, dopo una giornata trascorsa a camminare in percorsi concentrici attorno a Piazza San Marco, con la sensazione di aver circumnavigato l’Africa a piedi (laddove l’assurdità dell’impresa legittima in modo ulteriore la loro sensazione di essere degli eroi di guerra). Stremati si fermano al ponte di San Zaccaria, guardano l’orizzonte e decidono di lasciarsi morire su un vaporetto che li porti il più vicino possibile al loro albergo. Anche di studenti ne arrivano pochi, l’unica sede universitaria presente in zona è alla Celestia, e vi spiegherei volentieri cosa questo voglia dire a livello topografico, ma la Celestia è un buco nero della mia coscienza di cittadina d’adozione, irraggiungibile come la quarta dimensione.

Ciao, quello qua sopra è un estratto uscito giusto stamane e trovabile qua [QUA], ovverosia sulla rivista letteraria online Colla [QUESTA].

Scaricavatevelo.

“Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione. […]

Erano sempre di più quelli che pensavano che fosse stato un grosso errore smettere di essere per sempre scimmie e abbandonare gli alberi.”

Lo so, era ieri. Lavorando in qualcosa di vagamente simile al ristorante al termine dell’universo, non ho avuto tempo di creare prima questo omaggio con Calvario [l’uomo di casa] e asciugamano. Felice Towel Day.

L’altro giorno ho fatto una cosa che faccio raramente, guardare la televisione. Lungi dal volere demonizzare l’elettrodomestico, ci sono, nei fatti, poche ragioni che trovo valide per guardare la televisione. Tra queste, una è aspettare la sigla di Fuori Orario, bearmene, e andare a dormire tranquilla. L’altra è osservare Mara Venier per ore, senza sentire cosa stia dicendo, ammesso e non concesso che stia dicendo qualcosa, nel tentativo di cogliere il momento preciso in cui finalmente, anche lei inizierà a decomporsi come tutti gli esseri umani. So già che quel momento arriverà nel momento in cui sarò, chessò, in cucina a prendere un bicchiere d’acqua, a ricordare che poche cose nella vita sono amare come l’assenza di tempismo.