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Archivio mensile:dicembre 2012

Ho fatto un incubo bellissimo, molto migliore di quello di quando eri un lanciatore di coltelli ed io l’assistente. Dovevamo andare in scena, ma non trovavo l’abito, cioè in realtà lo trovavo, ma tu mi chiamavi sul palco coi coltelli in mano e io continuavo a buttare sotto al mucchio di vestiti pailettati quello giusto e a dire dio, non c’è, non mi capacito, non lo trovo, capisci, così non posso proprio. Era bello anche quello, ma questo era meglio, praticamente tu arrivavi arrabbiato, arrabbiatissimo, ma davvero di brutto, e dicevi di aver saputo che stava per uscire un cortometraggio sulla tua vita tratto da un mio racconto pieno di cattiverie, e che non era possibile venirlo a sapere così. E allora ti guardavo negli occhi con la profondità propria di questi momenti e dicevo, e non sai ancora, che come attore protagonista abbiamo preso il sindaco. 

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A dimostrazione del fatto che essere sopravvissuti più o meno egregiamente al ventuno dicembre non è valso a niente, alla Coop di Casteo è l’Ultimo Giorno dell’Umanità. Così come alle sette meno cinque pm di ogni sabato della Terra, gli umani sono stati all’improvviso colpiti dalla consapevolezza che sì, domani i supermercati saranno chiusi, e sì, un giorno di supermercati chiusi potrebbe portarci all’istantaneo e collettivo decesso per inedia.

In coda alla cassa, di fronte a me c’è una coppia limonante che ha deciso di festeggiare l’Ultimo Giorno dell’Umanità dandosi alla pazza gioia: una bottiglietta da 33cc di Sprite, una di Coca Cola senza caffeina, due vasetti di crema di yogurt Muller al frutto della passione, e una confezione di cucchiaini di plastica. Alle mie spalle, tale Gundo, chiamato a gran voce dai suoi amici, fa precipitare al suolo una bottiglia di vino rosso che si infrange in un effetto cascata di sangue dall’ascensore di Shining. Fulminato dall’odio di tutti i magazzinieri in corsa, Gundo, ancora non sa di essere destinato a passare un Capodanno di sventura.

Comunque fuori c’è il sole, a casa del ragù in pentola, Radio Birikina  passa Com’è triste Venezia e tu le dici ma anche no. Comunque fuori c’è il sole e io volevo dire che ho capito il segreto dell’età adulta, ed esso è disattivare l’opzione Infinity Messaggi dal tuo piano tariffario.

 

 

 

Abbiamo smesso di lavare i piatti, problema autorisoltosi in breve dato che abbiamo anche smesso di cucinare. Abbiamo smesso di parlare tra di noi, abbiamo smesso di parlare, nella mia camera sono esplose palle di vestiti [sì bè, non solo mia, nel senso, Norman non tornare, non ora]. Non c’è tempo di stendere la biancheria che macera in lavatrice perché bisogna fare F5 un numero N di volte su una serie X di pagine. Abbiamo ritrovato una delle antropologhe chiusa in bagno che diceva prende bene dappertutto!. L’altra si è attaccata alla cornetta del telefono, te la porge con occhi sognanti e ti dice senti, ti da del “tu”. Ho finalmente visto il video integrale di Gangnam style anche se sapevo già come andava a finire. E’ arrivato il modem, si chiama Eva Thompson [davvero]. Per il resto mi trovate in un angolo  che abbraccio il computer e gli dico non mi lasciare mai più.

Mia nonna acconsentì, senza nemmeno chiedermi se ero sicura. Non era una donna delicata, metteva nel carattere quella durezza che era tipica anche del suo corpo, in particolare delle sue mani callose, tagliate dall’erba e dal filo delle ritorciture, ruvide come la corteccia di un albero. Il ricordo più concreto che ho di lei è delle sue gambe, piegate e pallide, gonfie di vene blu che somigliavano a radici congelate.

La nonna prese per me la gallina, che si dimenava e beccava. Sbatteva talmente le ali che le piume volavano in giro e mi entravano nel naso. Le tirai il collo e lo tagliai, senza pensarci. Si parla sempre di sanguinare come un maiale, ma per dare l’idea di un’orgia finita in tragedia una gallina basta e avanza, fidatevi. La buttai sul tavolo della cucina, all’ombra dei salami che dondolavano dal soffitto, e uscii soddisfatta, a lavarmi le mani con l’acqua gelata della gomma verde scuro in cortile, quella che somigliava a un serpente. Quando rientrai, convinta che avrei trovato la gallina magicamente in brodo, la vidi venirmi incontro zoppicando. Aveva il collo a penzoloni, tenuto appeso dalla ragnatela stracciata dei nervi, e mi guardava con occhi virei accelerando il passo. Come mia nonna, anch’io non sono delicata, ma ci sono situazioni in cui una ragazza deve saper dire “Ommioddio santissimo, ommioddio” e scappare urlando.

Ovviamente, Andrea rise di me.

[…]

La nonna mi raggiunse dopo un po’, tenendo la gallina tra le mani. Era vivace, per essere morta. Temevo che mi saltasse addosso e arretrai nella terra, cadendo sul sedere. La nonna prese le forbici della vigna, le stesse con le quali si tagliavano i cavi d’acciaio e le unghie dei piedi del nonno, e le recise il collo con un colpo solo. La testa mi cadde davanti, spruzzando poco sangue, e si agitò per qualche secondo prima di fermarsi. “Le bestie sono come gli uomini” disse. “Se li colpisci non devi lasciarli rialzare”.

[ Eleonora C. Caruso _ Comunque vada non importa _ Indiana ]

La libreria Billy Ikea edizione limitata che mi si staglia nel campo visivo ogni mattina ha una fantasia emo-hipster-psichedelica che è al di là del bene e del male. La spesa invece la faccio al Prix, e volevo dirlo a gran voce elargendo pubblicità gratuita, che poi del Prix, dopo un po’, non ne puoi più fare a meno. Al Prix di Casteo l’altro giorno, cioè stasera, cioè mezz’ora fa, c’era alla cassa una vecchia che urlava dove xe al mandorlato? Ghe xe queo moeo moeo, vogio queo moeo moeo, che se no xe moeo ghe asso sora i denti [nel senso di gradirei del mandorlato molto tenero affinché questo non si attacchi al lavoro del mio dentista, e viceversa]. Allora la cassiera, cioè la babajaga con un cappellino di lana viola, con fiocco azzurro e trecce posticce nere a loro volta di lana, le fa prova tor queo. E la vecchia rincara ma gà le mandorle, no vogio le mandorle [nel senso di prenda quello/ma esso contiene mandorle, gradirei non ci fossero mandorle (laddove è sottinteso che mi sembri perfettamente sensato non volere delle mandorle in un mandorlato)]. Eh, chiosa la babajaga-pippicalzelunghe, ti te vol la moge piena e la bote ubriaca [nel senso di eh, ma lei vuole la moglie piena e la botte ubriaca (sic)], prova tor quealtro rosa.

Allora, dopo che la vecchia ha aggiunto alla sua spesa contenente Pizza Party, Pancarrè Nik e Tovaglioli Happy un mandorlato rosa, ce ne andiamo [io e voi per mano nella notte veneziana s’intende] portandoci dietro il prezioso insegnamento che questa storia ci ha lasciato. Cioè che la vita è un posto duro in cui non puoi avere un mandorlato sia morbido che senza mandorle, ma in compenso puoi averlo morbido, senza mandorle e aromatizzato ai frutti di bosco.

Nel 1200, scrive Mario Pecoraro nel libro Ciro Menotti, un uomo che fece l’Italia, nel 1200 la famiglia Menotti si chiamava famiglia Ubertelli; poi, non conosciamo la ragione, scrive Pecoraro, si son chiamati Fassi, e verso la fine del ‘400 vennero chiamati Menotti da un tal Bartolomeo Fassi soprannominato Menotto, o Minotto, per il suo vezzo di rispondere spesso M’è noto, m’è noto, a chi gli diceva qualcosa. E sembra che il Fassi Menotto, con chi insisteva a dirgli delle cose che lui sapeva già, perdesse spesso la pazienza e arrivasse sovente a dargli del becero e del boccalone. Quest’ultima parte è un po’ una cazzata, me la sono inventata io. no lo dico perché delle volte, quando uno fa il mestiere di scrivere i libri, gli succedono delle cose strane. Che una volta, permettetemi una divagazione e una citazione personale, una volta, dentro di un libro, io avevo scritto:

Una volta, qualche anno fa, prima ancora di laurearmi, sono stato in provincia di Bergamo a fare un seminario di lingua russa. È stato lì, in questa villa del settecento, che ho conosciuto la figlia di Silvan il mago.

La figlia di Silvan il mago mi diceva che vivere con un mago è una cosa impegnativa. Che i maghi, si vede, sono persone sensibili, così mi diceva la figlia di Silvan il mago. Che se te non gli presti attenzione, ai maghi, loro ci restano male, mi diceva la figlia di Silvan il mago.

Che Silvan, al mattino, quando tutta la famiglia di Silvan il mago era riunita per far colazione, lui entrava in cucina, Silvan il mago, con il suo bel sorriso da mago. Ho inventato una magia nuova, diceva. Ve la faccio vedere? Diceva.

Allora, mi diceva la figlia di Silvan il mago, c’eran tutti i familiari di Silvan che abbassavan la testa, sospiravano Che due maroni, dicevano piano tra i denti. Tutti i giorni una magia nuova, poveretti.

Gli scrittori, scrivevo, sono un po’ tutti come Silvan il mago, secondo me. Che io, i miei familiari, i primi tempi che scrivevo mi chiedevano di leggere i miei romanzi prima ancora che li finissi, dopo quando glieli davo li leggevano subito, mi telefonavano, Bello, quel romanzo lì, mi dicevano, Bellissimo, mi dicevano.

Adesso, ne ho appena finito uno, di romanzo, gliel’ho dato a Emilio, sono già dieci giorni, non mi dice niente. Appena mi vede si mette a cantare Una vita da mediano, di Ligabue.

Ecco. Avevo scritto questa roba qua e dopo, quando è uscito il romanzo, tre o quattro persone mi han chiesto Ma è vero che Silvan il mago tutti i giorni quando fa colazione lui entra in cucina, Silvan il mago, con il suo bel sorriso da mago Ho fatto una magia nuova, dice. Ve la faccio vedere? E è vero che tutti i familiari di Silvan abbassan la testa, sospirano Che due maroni, dicono piano tra i denti. Tutti i giorni una magia nuova, poveretti, è vero. Mi chiedevano?

Oppure altri tre o quattro mi han chiesto Ma è vero che tuo fratello Emilio quando ti vede non dice niente si mette a cantare Una vita da mediano, di Ligabue? È vero?

Che io lì, dire quello che è vero, è una cosa un po’ complicata, cioè vero è vero, in un senso, perlomeno a me me l’ha detto la figlia di Silvan il mago, però, in un altro senso, non è proprio vero vero vero da esser scolpito nel marmo sulla bara di Silvan il mago, Qui giace uno che tutte le volte che faceva colazione i suoi familiari dicevano piano tra i denti Che due maroni. Oppure sulla mia Qui giace uno che suo fratello, quando lo vedeva, si metteva a cantare Una vita da mediano, di Ligabue.

E la stessa cosa per Bartolomeo Menotto, non è che sulla sua tomba, ammesso che abbia una tomba, che andiamo indietro, eh, quattrocento, secondo me han già fatto l’estumulazione, ma quando c’è stata, che ci sarà stata, non è che ci avessero scritto Qui giace uno che diceva sempre becero e boccalone, che oltretutto, becero e boccalone, a pensarci erano poi un lessico rinascimentale, invece il medioevo, chissà cosa dicevano, nel medioevo, forse Papè satan papè satan aleppe, ma non lo so, di preciso, anche questa è un’ipotesi, che magari tra qualche giorno qualcuno mi incontra mi dice Ah, son stato a Carpi, l’altra sera, volevo chiederti, È vero che Bartolomeo Menotto diceva sempre Papè satan papè satan aleppe?

[Garibaldi fu ferito _ E noi? _ Paolo Nori _ Racconti d’autore _ I Libri del Sole 24 ORE]