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Archivio mensile:marzo 2011

C’è una, per così dire, amica di famiglia. Ogni tanto, quando ha tutte delle cose da raccontare, viene qui. Allora io preparo un dolce iperglicemico possibilmente con la crema, lei mi insulta perché è a dieta, poi si scofana tutto senza pietà, poi va via che sono le quattro del mattino. Intanto che si scofana il dolce continua a insultarmi. Principalmente perché il dolce è buono. E poi, dice, per l’ostinazione. Non che abbia capito cosa intenda, ma magari il giorno che lo capisco mi risolve tutte delle cose. Poi ebbra di zuccheri si mette a raccontare, di famiglia o di roba  sentimentale o di tutteddue. E parlaparlaparlaparla. Una volta ha chiosato una storia dicendo Neanche le ciabattine. E io ho pensato che se un giorno scrivo un libro può essere che lo chiamo Neanche le ciabattine.

È morta la Maria Ciclamino, che aveva centomila anni o quantomeno li dimostrava, camminava avantindietro coi mazzetti di fiori e indossava cappelli da rastamanno. Quindi è morta la Maria Ciclamino, e poi tizio Caio e Sempronio, dice la genitrice al telefono con la Viv. Te lo ricordi quando le nostre, di madri, parlavano sempre di morti al telefono? Dice anche. E non potreste tipo cambiare argomento? Dico io a tutt’eddue. E’ che sai, dice la Viv, uno tira l’altro.

 

 

Giada [graziegiada], mi ha portato dall’Iran le sigarette persiane per eccellenza, le Bahman. Le sigarette esteticamente aggressive che non fumerò mai, ma son tanto belline a vedersi.

morte / vita

Là fuori è un mondo che ti dice che se cerchi di evitare il rito dello stage non retribuito senza prospettiva di assunzione, presumibilmente non entrerai mai nel mondo del lavoro, forse l’universo collasserà, e  sicuro ti ridurrai al barbonaggio,

Qua dentro è un mondo che finché l’esercito dello stage non intuisce che lavorare non pagati è il modo più facile, più veloce  e meno divertente per ridursi al barbonaggio, io, la parola Civorrebbeunarivoluzione, non voglio sentirla mai più.

 

E’ tempo di lauree, è tempo di papiri, e quando è tempo di papiri finisce che una mattina ti alzi e pensi in rima,

Anche oggi son destata e non mangio l’insalata/per avere nuovi lumi porgi a me lo spremiagrumi

Secondo me non lo sanno tutti che cos’è un papiro di laurea, anche perché esiste solo in Veneto,

Spremi agrumi si è già rotto/io bestemmierò col botto

Il papiro è una cosa che i tuoi amici, se ne hai, si chiudono in uno stanzino e si mettono a rimare su un grosso poster la tua vita dal concepimento all’oggi,

Mi distruggo poi l’aorta/con la scassinata porta

Che poi leggerai pubblicamente, in un bavbavo vituale [cit. signora-di-passaggio] mentre, già ubriaco, vieni fatto oggetto di lancio di materie prime edibili,

‘Ntorno al lago giro-giro/e con noia me lo ammiro/poi risalgo la montagna e la noia me se magna

Chiaramente per le rime vengono selezionati i momenti peggiori, possibilmente quelli che volevi nascondere ai parenti. I parenti, se ce ne sono, sono quelli che mentre leggi ti tirano le uova puntando alla faccia.

Forse poi vado in Andorra/

Il papiro di laurea, è soprattutto una cosa di volgarità irripetibili.

 

Ai tempi dell’asilo dei trucidi stavo sempre male, credo che il mio sistema immunitario si sia suicidato al varco del cortile per poi non presentarsi più fino al varco dei confini di altre scuole, in altre regioni, con abbastanza chilometri in mezzo per star tranquilli. 

Un giorno che mi beavo della trinità otite-divano-tivvù arriva la genitrice e mi fa che devo fare un disegno per ordine diretto di Suor Bianca Maria. Che tutti i bambini dovevano fare dei disegni a tema da mostrare in una giornata contro Saddam Hussein. Contro la guerra? No contro Saddam Hussein. Ma chi è Saddam Hussein? Ma che guerra? C’è la guerra? Ah, è cattivo? Ma proprio tanto? Ma cosa fa, tipo lo faccio dentro un carrarmato? Ma com’è fatto? Ma dov’è? Sta nel desertooo?

Tò, deserto con grossi baffi dentro carrarmato.

Tutti quei disegni, però, mi sa che sono andati persi.

 

Ho delle difficoltà a comprendere la differenza tra naviglio e canale. Credo sia più o meno la stessa difficoltà che incontra chi si reca a Venezia e cerca di comprendere la differenza tra piazza e campo, via e calle. Ed è troppo schivo per chiedere lumi e pigro per spendere manciate di secondi su un motore di ricerca.

Questa considerazione rimanda alla questione di quando ero piccola e mi cantavano c’era una volta un piccolo naviglio/c’era una volta un piccolo naviglio/c’era una volta un piccolo naviglio/che non sapeva non sapeva navigar, ed io mi figuravo il piccolo naviglio come una barchetta di carta. Mia madre non conosceva il resto della filastrocca, e tuttora ignoro i risvolti di quella penosa vicenda.