S T A L I N G R A D O

Che poi sarebbe Volgograd, ma Stalingrado suona molto meglio, soprattutto se ci vai il Dien Pabiedy, che poi sarebbe il Giorno della Vittoria.

A Volgograd, partendo da Astrachan ci si arriva in sei-otto ore di autobus. In treno meno, anche quattro. Se è una bella città non l’ho propriamente capito poiché ero distratta dalla fiumana di gente e dal tempo brutto, appiccicoso, poco celebrativo. Però a occhio e croce mi è sembrato di sì. Mi è sembrato anche un posto vivo, probabilmente più abituato a un buon giro di turismo interno che si fa le crociere sulla Volga. Mi è sembrato un posto che insomma, magari uno ci torna anche volentieri a vederlo meglio.

Il Giorno della Vittoria, è una cosa a cui la Federazione Russa inizia a prepararsi con quei due comodi mesi di anticipo. Come quando a ottobre arrivano i panettoni al supermercato, ma di più. Già il mese scorso, a San Pietroburgo c’era l’esercito che faceva le prove per la grande marcia, e a Mosca, gli operai che ribaltavano il sanpietrame in Piazza Rossa affinché fosse bello liscio per il passaggio dei tank [che poi il sanpietrame lo ribaltano di nuovo e quindi torna in Piazza Rossa a sistemarlo. A me fa un po’ inutile sbattimento, ma magari crea posti di lavoro].

Nell’ultima settimana poi, delirio televisivo. Grandemadrepatriaguerra, solo, sempre, ogni secondo. Tipo davanti alla sede della Gazprom, quella che a dicembre c’erano i fenicotteri luminosi, ci avevano piazzato un maxi schermo che proiettava continuamente filmati sulla Grandemadrepatriaguerra. Anche la lezione-guardiamo-i-film-al-giovedì-mattina, per tre settimana è stata colonizzata dalla filmografia sulla Grandemadrepatriaguerra.

La Grandemadrepatriaguerra ovviamente non si chiama così, così l’han chiamata una volta gli studenti di Pripadavatiel. Essa, tecnicamente si chiama Grande Guerra Patriottica.

Per Grande Guerra Patriottica, tecnicamente s’intende il culo che si son fatti i russi a combattere l’esercito nazista.

Una cosa che si sente se non dal primo, dal secondo giorno che arrivi in Russia e inizi a parlare con gli autoctoni, è che, diobono, la Guerra l’abbiamo vinta noi. La vittoria intesa come quella roba che ha salvato le chiappe a noivoitutti, è nostra. Basta. Cioè nel senso proprio non si discute. E gli americani hanno rotto il cazzo con le loro manie di protagonismo, e il resto d’Europa boh sì dai alla fine c’era, un po’, poco.

Visto che generalizzare fa brutto, diciamo che in sei mesi, fossero amici, studenti, professori universitari o passanti, tutte le persone con cui ho parlato, meno una, la pensano così. Questi precisi dati statistici, potrebbero non essere attendibili.

Allora, volevo solo dire che è molto bello che qua sono tutti d’accordo che bisogna festeggiare per ricordare e ricordare di festeggiare, e che non c’è bisogno di stare ancora a discuterne. Però appunto, sarà che sono abituata che si discute sempre, questa cosa che son tutti sempre d’accordo mi fa strano come una pubblicità della Barilla.

Ma più che altro, il fatto è che non ho capito dove finiscono le felicitazioni per la fine guerra e la sconfitta del nazismo, e dove inizia la pura auto magnificazione. Dove l’impressione straniante è solo una questione di stile, e dove è la sostanza che è proprio diversa.

Quindi niente, questo misto di entusiasmo e diffidenza e vago senso di disagio, nel post-festa, facciamo che intanto me lo tengo.

 

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