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Archivio mensile:dicembre 2009

Oggi facciamo un esperimento antropologico.

Andate in un qualsiasi angolo sperduto della Terra, laddove le abitudini siano diverse e non ci sia una vera lingua veicolare.

Mettetevi comodi ad aspettare che qualcuno vi faccia gli occhi dolci, prima o poi accadrà.

Imparate a dire “è meglio se parliamo”, “mi dispiace”, “possiamo essere solo amici”. Che è lessico base di sopravvivenza, e dovrebbe essere nella prima pagina di ogni guida e frasario, e non capisco perché nessuno ci pensa.

Ripetetele fino ad avere la dovuta padronanza, usatele, e rimettetevi comodi.

Osservate la banalità universale delle relazioni umane.

Portate pop-corn.

L’altro giorno con la Franzuženka si cercava di capire se in francese c’è una parola specifica per definire il Tamarro, come, appunto, tamarro.

Il che presuppone che prima le dovevo spiegare che cos’era, un tamarro. Lei bravissima, ha capito subito, e mi ha detto che una parola non ce l’hanno, e che forse noi ce l’abbiamo perché in Italia ne abbiamo tanti, e che in effetti in Francia pensano che i ragazzi italiani siano tutti così.

Quindi io spero che un francofono mi smentisca, ma adesso nel mio immaginario in Francia per dire tamarro, si dice italiano.

[Radio Marshrutka: Bye bye bye – N’sync ]

Da Pripadavatiel c’è questa cosa simpatica dell’ascensore della morte, un coso vecchio e buio, senza fotocellula. Se hai un uomo al seguito, per dovere di cavalleria, questi entra per primo, così l’ascensore della morte sente il peso e magari non cerca di tranciarti in due.

Seguono a ruota il forno della morte, il fornello della morte, la tovaglietta della morte. Ecco, c’è da dire che piuttosto di usare le ciabatte della morte cammino a piedi nudi sul pavimento della morte, che quelle sono del figlio suicida della padrona di casa. Uscite direttamente dallo sgabuzzino della morte, ovviamente.

Quando dormivo nella vecchia casa di Gizzeta facevo puntualmente sogni caotici, complicati, criminosi. L’unico che ricordo bene è di quando ho ucciso due mie zie e ne ho occultati i cadaveri in giardino.

Poi un giorno, nella vecchia casa di Gizzeta, si è presentato un tizio chiedendo se la sede della massoneria era ancora a quell’indirizzo.

Non che voglia dire qualcosa, però insomma, di dormire neutri, da Pripadavatiel non c’è speranza.

Una mattina, anni fa, ero alla fermata delle corriere che aspettavo la corriera per andare a scuola.

Statale buia e deserta, freddo becco, Chiudeteilibri come miglior prospettiva nell’immediato futuro.

Una macchinetta bianca scende dagli alberi, si avvicina, accosta, mi molla un libretto e riparte.

La Torre di Guardia mi avvisa dei pericoli dell’essere una vittima della moda.

Mesi dopo, stessa fermata, un po’ meno buio, un po’ meno freddo, sempre deserto. Uno stereotipo di anziana ucraina col fazzoletto in testa mi spiega che a Napoli ha imparato il napoletano.

Una macchinetta bianca scende dagli alberi, si avvicina, accosta, l’anziana ucraina apre la portiera e sale, gli autisti fanno gli occhi a palla spaventatissimi, ripartono. In due mosse sono da sola e La Torre di Guardia mi avvisa che se a casa qualcuno si droga è sempre meglio che essere vittima della moda.

Di qualunque cosa ci voglia avvisare, La Torre di Guardia, c’è anche qua.

Il Natale ortodosso non è il 25 dicembre, è il 7 gennaio. Però qua, del Natale gliene frega oggettivamente poco, nel senso che tutte le cose che da noi si fanno a Natale, qua si fanno a Capodanno.

Ci si scambiano i regali, si fa la cena grande con la famiglia, ci sono le recite nelle scuole. Poi se vuoi puoi anche andare ad ammazzarti di vodka, che insomma, è pur sempre Capodanno.

Se ne desume che le lezioni vanno avanti fino al 31, e che il 25 potrò andare all’uni a passi larghi e ben distesi, ghignando come un vero grinch.

Anche perché va bene che il Natale non mi piace, ma passarlo con la dežurnaja e l’abete di lucine, sarebbe stato imbarazzante.

“la dežurnaja è l’ultima figura apocalittica che vedrò prima di morire” pripadavatiel

Quando ero in quinta elementare, a un certo punto sono arrivati a scuola due bambini croati, che fatalità erano anche miei vicini di casa. Essendo che era il ’95, in Italia non è che ci erano proprio venuti a fare una scampagnata. Essendo che era il ’95, l’Islam non andava ancora di moda. Erano gli anni d’oro in cui chi veniva da un posto a caso dei Balcani era indistintamente un albanesedimerda, e la Lega ce l’aveva ancora con quelli dal Po in giù, prima che anche quelli dal Po in giù iniziassero a votarla.

Quindi niente, con la famiglia di questi bambini ci si dava una mano a fare i compiti, si stava assieme se i nostri erano all’avoro, si mangiavano le palačinke con la nutella, cose così.

Capitava che quando i miei chiedevano al capofamiglia come stava, lui rispondeva che andava bene, ma a volte era difficile. Soprattutto quando c’era una bella giornata col cielo blu, che usciva e si ricordava di casa.

E poi diceva sempre, Catastrofale.

Non l’abbiamo mai corretto.